Focus
Elisabetta Tondini
Mauro Casavecchia
La struttura occupazionale e retributiva del commercio in Umbria: un confronto con l’Italia
In Umbria, l’occupazione nel commercio è sostanzialmente costituita dai titolari delle imprese, dai loro coadiuvanti familiari e dai lavoratori dipendenti. La fonte INPS[1] ci permette di dire che, nel 2024, il numero di commercianti umbri iscritti al relativo fondo pensionistico è pari a 29.215, costituito per il 93 per cento dai titolari, ovvero i responsabili dell’impresa che partecipano con carattere di abitualità e di prevalenza all’attività aziendale utilizzando prevalentemente il lavoro proprio e dei familiari. La quota residuale è rappresentata dai familiari coadiuvanti, ossia coloro che collaborano abitualmente e prevalentemente all’attività di impresa. Nel corso degli anni, entrambe le componenti mostrano una progressiva flessione, che si fa più accentuata, in Umbria come in Italia, nel caso dei coadiuvanti.

Nello stesso periodo, il numero dei dipendenti è andato aumentando, seguendo anche in questo caso la tendenza nazionale. L’approfondimento che segue cercherà di entrare nelle pieghe di questa componente lavorativa, che rappresenta uno dei principali bacini di occupazione in Umbria.

Il lavoro alle dipendenze nel commercio
Nel 2024, gli addetti dipendenti in Umbria che hanno avuto almeno un versamento contributivo nel corso dell’anno ammontano a 37.754 unità, pari al 15,9 per cento del totale del lavoro dipendente privato non agricolo, una quota superiore di oltre un punto percentuale rispetto alla media nazionale (14,7 per cento). Questa maggiore incidenza conferisce al settore un ruolo macroeconomico rilevante per il reddito regionale, per la domanda interna e per la base contributiva, rendendo particolarmente importanti le sue caratteristiche occupazionali e retributive.
Quasi un terzo degli addetti lavora meno di un intero anno (in Italia la quota sale a circa il 36 per cento) e oltre la metà è costituita da donne, una presenza che sale al 73,4 per cento (67,2 in Italia) considerando il solo part-time. In generale, la presenza lavorativa a tempo parziale riguarda il 40,6 per cento dei lavoratori (il 43,8 per cento in Italia).

Il settore si compone di tre divisioni economiche distinte: commercio all’ingrosso, commercio al dettaglio, riparazione di autoveicoli e motocicli[2]. La quota più rilevante, sia in termini di lavoratori alle dipendenze che di monte-retribuzioni, è assorbita dagli esercizi al dettaglio (con il 58,2 per cento di lavoratori e il 53,3 per cento di retribuzioni in Umbria); seguono i punti vendita all’ingrosso (con il 27,3 per cento di lavoro e il 32,4 per cento di retribuzioni).

La ricerca prende in esame i dati relativi al settore nel suo complesso, per poi fornire un approfondimento specifico sul commercio al dettaglio, data la sua prevalenza occupazionale ed economica.
Struttura per qualifiche e specializzazione professionale
La distribuzione per qualifiche mostra una struttura sensibilmente diversa tra Umbria e Italia. In Umbria il peso delle qualifiche esecutive è nettamente più elevato di quello su base nazionale: operai e apprendisti rappresentano complessivamente quasi il 60 per cento degli addetti, contro il 48 per cento del Paese, mentre la quota degli impiegati risulta significativamente più bassa (39 per cento in Umbria contro oltre il 49 per cento in Italia). Le figure direttive e di coordinamento hanno un’incidenza molto contenuta in entrambi i contesti, ma nella regione risultano ancora più marginali, con quadri e dirigenti che insieme non raggiungono il 2,1 per cento degli occupati (2,8 per cento a livello nazionale).
Questa configurazione segnala una minore densità organizzativa e manageriale delle imprese commerciali regionali, il che risulta coerente con una struttura produttiva caratterizzata da maggiore frammentazione, bassa integrazione funzionale, limitata complessità dei processi decisionali.


Livelli retributivi e differenziali territoriali
Il commercio umbro si colloca su un sentiero di salari unitari contenuti e di maggiore intensità lavorativa, una combinazione tipica dei settori a basso valore aggiunto per addetto. Infatti, i livelli retributivi risultano mediamente inferiori rispetto all’Italia: nel 2024 una giornata di lavoro viene pagata 81,8 euro, il 9,4 per cento in meno rispetto alla media nazionale del settore (90,3 euro). Tuttavia, il maggiore numero di giornate lavorate in Umbria (267 nell’anno contro 261) riesce a compensare, anche se solo parzialmente, il gap retributivo territoriale in termini annui, che scende al 7,3 per cento (21.849 euro contro 23.577 euro).

Differenziali per qualifica: una polarizzazione verso il basso
L’analisi disaggregata per qualifica mostra che il divario Umbria-Italia non è uniforme. Operai e apprendisti presentano in Umbria retribuzioni medie annue superiori ai livelli nazionali (rispettivamente +6,8 e +6,2 per cento), anche grazie a un numero leggermente più elevato di giornate retribuite.
Al contrario, gli impiegati e soprattutto i quadri e i dirigenti registrano penalizzazioni molto ampie: per i quadri, il divario supera il 40 per cento rispetto al dato italiano, sottendendo una scarsa valorizzazione delle competenze manageriali e un ridotto peso delle funzioni strategiche e di coordinamento.
Questa composizione contribuisce in modo rilevante ai differenziali retributivi complessivamente osservati: la maggiore concentrazione di lavoratori nelle qualifiche più basse tende a comprimere la retribuzione media del commercio umbro, mentre la minore presenza di impiegati e, soprattutto, di quadri e dirigenti riduce l’effetto di traino delle posizioni meglio remunerate. Il confronto con i lavoratori dipendenti del settore privato nel suo complesso rafforza questa lettura: rispetto alla media dell’economia, il commercio – sia in Umbria sia in Italia – si caratterizza per una quota più elevata di operai e apprendisti e per una minore incidenza delle qualifiche apicali, che si fa più marcata nel contesto regionale.
In sintesi, il differenziale retributivo tra Umbria e Italia è spiegato in larga parte dalla diversa composizione occupazionale per qualifica e dunque dalla maggiore concentrazione nella regione di operai e apprendisti. Solo una quota residuale del gap dipende da divari salariali “a parità di qualifica” che, con l’eccezione dei quadri e dei dirigenti, nel commercio risultano relativamente contenuti. In altre parole, la penalizzazione salariale dell’Umbria (anche) nel commercio è principalmente un problema strutturale di composizione dell’occupazione, caratterizzata da una minore incidenza e remunerazione delle posizioni qualificate e apicali.
Confronto con il totale dei lavoratori dipendenti
Rispetto all’insieme dei lavoratori dipendenti del settore privato, il commercio in Umbria presenta un differenziale retributivo negativo medio superiore al 10 per cento, che cresce ulteriormente per impiegati, quadri e dirigenti e si annulla o diventa lievemente positivo per operai e apprendisti.
Questo pattern indica che il commercio non è un’eccezione, ma partecipa alla più generale penalizzazione regionale delle qualifiche elevate, suggerendo un problema strutturale di domanda di lavoro qualificato.

Lavoratori standard
Analizzando i soli lavoratori standard, cioè quelli che hanno un contratto a tempo pieno e indeterminato, i differenziali si ampliano ulteriormente: la retribuzione media annua umbra risulta inferiore di circa il 15 per cento rispetto alla media nazionale, con scarti particolarmente accentuati per quadri e dirigenti (solo gli apprendisti restano sostanzialmente allineati).
Questo risultato sottolinea in maniera più specifica che il gap non è dovuto tanto alla precarietà lavorativa (diffusione del part-time o di contratti temporanei), ma riflette una minore produttività e una più bassa capacità di generare valore aggiunto anche nei segmenti “core” dell’occupazione.



Il commercio al dettaglio
Il commercio al dettaglio comprende la rete dei negozi che si occupano della vendita diretta di beni e servizi al consumatore finale, per uso personale o domestico, senza ulteriori finalità produttive o di rivendita.
In questo ambito, l’Umbria conta quasi 22 mila lavoratori dipendenti (2024), il 53,8 per cento dei quali figura come operaio (in Italia il 42,7) e il 37,7 per cento come impiegato (50,8 a livello nazionale). I quadri, seppur presenti in misura residuale, risultano particolarmente concentrati in questo segmento, che assorbe il 71,3 per cento di tutti i quadri che operano nell’intero settore commerciale (il 40,7 per cento rilevato su base nazionale).


Le retribuzioni annue sono mediamente ancora più basse di quelle riscontrate nell’intero settore, sia in Umbria sia in Italia (non arrivano a 20 mila euro in entrambi i casi), seppure con profonde differenze tra le qualifiche. Nel confronto territoriale gli operai e gli apprendisti in Umbria percepiscono stipendi mediamente più elevati, mentre rispetto alle figure apicali la regione sconta uno svantaggio retributivo particolarmente consistente.

Nel commercio al dettaglio il lavoro standard risulta meno diffuso rispetto al settore commerciale totale: in Umbria riguarda il 42,7 per cento dei lavoratori dipendenti, una quota comunque superiore alla media nazionale (38,7 per cento) e che si fa minima tra gli operai.
In questo caso lo scarto retributivo medio rispetto all’Italia sale quasi al 12 per cento, sia per quanto riguarda i valori annui (27.266 euro in Umbria) sia per quelli giornalieri.



Considerazioni finali
Nel loro insieme, le evidenze mostrano che la penalizzazione retributiva dei dipendenti umbri nel commercio è riconducibile a diversi fattori che hanno a che fare con la configurazione delle qualifiche, la qualità organizzativa delle imprese e la valorizzazione delle posizioni medio-alte. In altre parole, il divario Umbria-Italia deriva da una composizione professionale sfavorevole, che presenta una maggiore concentrazione nelle qualifiche a basso salario e una ridotta presenza di ruoli impiegatizi e manageriali. Tutto ciò segnala una minore complessità organizzativa e una debole domanda di competenze avanzate. Questo profilo è coerente con un tessuto produttivo frammentato, a bassa capitalizzazione e con limitate economie di scala, in cui il lavoro qualificato non è un fattore centrale di competitività.
Un ulteriore elemento di riflessione riguarda la relazione tra stabilità contrattuale e livelli retributivi. In Umbria la quota di lavoratori standard nel commercio è lievemente superiore alla media nazionale del settore, ma ciò non si traduce in un vantaggio salariale. Questo scollamento suggerisce che la stabilità del rapporto di lavoro – pur rilevante sul piano della sicurezza occupazionale – non è sufficiente a colmare il gap retributivo in assenza di politiche aziendali e contrattuali orientate alla crescita dei salari. In altri termini, nel commercio umbro il tempo indeterminato appare più come uno strumento di fidelizzazione a basso costo che come un veicolo di valorizzazione del lavoro.
Nel medio periodo, la combinazione di bassi salari, ridotta valorizzazione delle competenze e limitate prospettive di avanzamento rischia di alimentare un circolo vizioso di selezione avversa: difficoltà ad attrarre profili qualificati, minore capacità di innovazione organizzativa e ulteriore compressione del valore aggiunto. In questo senso, il commercio non è solo uno specchio delle fragilità del mercato del lavoro umbro, ma uno dei principali meccanismi attraverso cui tali fragilità si riproducono.
Note
[1] I dati riportati e analizzati nel presente contributo sono frutto di nostre elaborazioni su dati INPS. In questo caso, l’unità di rilevazione è il soggetto che risulta iscritto alla gestione nell’anno in esame (anche per una frazione d’anno). Poiché un’impresa commerciale può svolgere diverse attività (commerciali e turistiche; ausiliare del commercio; agente, rappresentante, commissario di commercio; agente aereo, marittimo raccomandatario; agente esercizio delle librerie delle stazioni; mediatore iscritto negli appositi elenchi delle Camere di Commercio; procacciatore d’affari; titolare degli istituti di informazione), il numero di iscritti alla gestione previdenziale del commercio risulta superiore agli operatori strettamente impiegati nel settore commerciale secondo la classificazione Ateco.
[2] Nella presente analisi restano escluse le Attività dei servizi di alloggio e di ristorazione, appartenenti a un diverso codice Ateco.




