Focus
Elisabetta Tondini
Mauro Casavecchia
L’Umbria e il disallineamento formazione-lavoro: il paradosso delle competenze
È da diversi anni che in Umbria, come nel resto d’Italia, in Europa e nel mondo occidentale, il mercato del lavoro sta attraversando una fase di crescente disallineamento tra domanda e offerta di competenze. Sempre più imprese segnalano difficoltà nel reperire figure professionali specifiche, in particolare operai specializzati, tecnici e, più in generale, figure con competenze mirate. Ciò che in passato poteva sembrare un fenomeno circoscritto si è trasformato in una vera e propria strozzatura strutturale, che sta mettendo a dura prova la competitività delle imprese e, più in generale, la tenuta del sistema economico.
Le ragioni di questo disallineamento sono molteplici e complesse. A partire dal sistema formativo, che non riesce a garantire un flusso sufficiente di profili dotati delle competenze più richieste, come saldatori, manutentori, operatori di macchine a controllo numerico, tecnici dell’automazione, ovvero figure tecniche, in questo caso, al massimo di livello diplomato. Tuttavia, la carenza coinvolge anche i laureati, per i quali emerge un vuoto significativo in aree decisive per l’innovazione e la competitività delle imprese, come l’ingegneria, l’informatica, le discipline STEM e le professioni sanitarie. Ne deriva un’evidente sotto-offerta di competenze specialistiche, sia di carattere tecnico-operativo sia di elevata qualificazione cui si contrappone una sovra-offerta di laureati in discipline generaliste che, pur numericamente consistenti, non trovano piena corrispondenza con le esigenze produttive.
Vi è poi la questione demografica, che sta riducendo la disponibilità complessiva di manodopera esperta a causa di un insufficiente ricambio generazionale. Molti lavoratori qualificati si avvicinano alla pensione e i giovani tendono a mostrare scarso interesse verso professioni percepite come meno attrattive. Su diversi percorsi lavorativi pesa, infatti, un deficit reputazionale che ne riduce l’appetibilità, sia perché ritenuti poco qualificanti e scarsamente valorizzanti dal punto di vista sociale e professionale (soprattutto nei confronti di ruoli white collar), sia perché caratterizzati da dinamiche salariali spesso poco competitive e da prospettive di carriera incerte. Queste condizioni favoriscono fenomeni di mobilità settoriale o geografica, talvolta anche verso l’estero.
A complicare ulteriormente il quadro ha contribuito la riduzione dei flussi migratori, dovuta a politiche restrittive o alla minore attrattività del territorio rispetto ad altri mercati, che ha determinato una contrazione significativa dell’apporto di manodopera straniera, proprio nei settori in cui essa risulta particolarmente necessaria.
In sintesi, un intreccio di fattori, dalla formazione di base alla dinamica demografica, attraversa aspetti che hanno a che vedere con l’attrattività economica, lo status sociale, la presenza straniera.
Le conseguenze per le imprese sono rilevanti. I programmi di espansione produttiva rallentano, alcune commesse rischiano di non essere evase nei tempi previsti, i costi interni aumentano perché diventa necessario investire di più in formazione. In alcuni casi questa carenza di manodopera qualificata si traduce in un freno alla competitività internazionale e in una perdita di opportunità di crescita.
Il fenomeno è in costante aumento. Dal 2018 al 2024 in Italia la percentuale delle posizioni difficili da reperire sul mercato rispetto al totale delle assunzioni programmate dalle imprese è quasi raddoppiata (dal 26,3% al 47,8%). Anche in Umbria il problema è rilevante: si è passati infatti dal 29,1% al 55,0%, dati che superano anche quelli delle vicine Marche e Toscana.

Come noto, la carenza di profili professionali specifici riguarda in particolar modo gli operai specializzati, figure che in Umbria, stando ai dati dei primi sette mesi del 2025, si stima siano introvabili per il 63% dei fabbisogni assunzionali espressi dalle imprese. Spiccano, in particolare, le figure dei settori edile, alimentare, agricolo, tessile e abbigliamento, ma anche quelle di fabbri, fonditori, saldatori, operai specializzati nella installazione e manutenzione di attrezzature elettriche ed elettroniche, conduttori di macchine movimento terra. Le percentuali di irreperibilità, sia per mancanza di candidati, sia per preparazione inadeguata, sono molto alte e raggiungono l’81,4% nel caso degli operai specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni.
Il problema non è limitato ai profili operai, ma si estende a macchia d’olio anche agli altri gruppi professionali. Tra quelli più elevati (dirigenti, professioni con elevata specializzazione e tecnici), per i quali le imprese denunciano mediamente una difficoltà di reperimento nel 61% dei casi, spiccano gli specialisti nelle scienze della vita e i tecnici della salute, in corrispondenza dei quali il tasso arriva rispettivamente al 91,2% e all’83,0%. Anche gli altri profili riportati in tabella mostrano ampi margini di criticità di reperimento, diffusamente in aumento rispetto al 2018.
Tra i profili intermedi, la difficoltà di reperimento raggiunge mediamente quasi la metà dei lavoratori previsti in ingresso; tra di essi particolarmente difficile risulta l’assunzione di addetti alla gestione economica, contabile e finanziaria (in aumento rispetto al 2018) e di addetti nelle attività di ristorazione che, insieme agli altri profili riportati in elenco, mostrano tuttavia un affievolimento del problema reperibilità rispetto a 7 anni prima.

Un’analisi delle assunzioni previste dalle imprese per livelli di istruzione richiesti evidenzia una domanda umbra caratterizzata da una maggiore incidenza delle qualifiche professionali rispetto alla media nazionale e da una minore richiesta di laureati (rispettivamente 42,5% del totale delle entrate previste contro 38,2% e 8,4% vs 12,5%).

Il dato del fabbisogno di laureati posiziona l’Umbria al terz’ultimo posto in Italia. Nonostante ciò, le aziende locali continuano ad avere maggiori difficoltà rispetto alla media nazionale nel reperire i profili con istruzione terziaria di cui hanno bisogno: nel 2024 la difficoltà di reperimento riguarda mediamente il 53,7% dei casi (50,9% in Italia) ed è progressivamente in crescita (era il 38,7% nel 2018). Gli ambiti che manifestano maggiori criticità comprendono l’indirizzo sanitario e l’ingegneria elettronica e dell’informazione, che sfiorano l’80% dei casi. Ancora più introvabili sembrano essere i diplomati specializzati degli ITS, la cui difficoltà di reperimento, pari in media al 60,8%, arriva a superare il 90% nel campo dell’energia.

Eppure, l’Umbria si caratterizza per avere una elevata percentuale di laureati, tra le più alte in Italia: nel 2024 a conseguire il titolo terziario sono stati quasi 5.500 umbri e nell’Università di Perugia i nuovi giovani laureati sono stati quasi 4.500.
Inoltre, sul versante dell’istruzione tecnologica superiore, va ricordato che gli ITS umbri rappresentano una realtà di eccellenza nel contesto nazionale, e formano figure professionali con competenze pratiche e specialistiche, rispondendo in modo mirato alle esigenze del mercato del lavoro. I dati parlano chiaro: in media l’80% dei diplomati ITS trova occupazione entro un anno, e in settori specifici come la meccatronica – migliore corso in Italia secondo il report Indire-Ministero dell’Istruzione – il tasso di occupazione raggiunge il 95%.
Perché dunque si genera questa strozzatura nell’incontro tra domanda e offerta?
Questo paradosso non è casuale, ma il risultato di fattori specifici. Per quanto riguarda i laureati, dal lato della domanda, le imprese non cercano solo una laurea, ma competenze pratiche e una specifica esperienza lavorativa che i neolaureati spesso non possiedono. Dal lato dell’offerta, un crescente numero di laureati, non trovando nel territorio opportunità di lavoro adeguate e stimolanti, lascia la regione in cerca di migliori prospettive altrove. Un “brain drain” che impoverisce il tessuto produttivo locale e rende ancora più difficile per le imprese trovare le competenze di cui hanno bisogno.
Sul fronte dell’istruzione tecnologica superiore, il problema della difficoltà di reperimento risiede principalmente nella quantità di diplomati. Gli ITS formano un numero limitato di studenti: nel 2025 i posti messi a disposizione dall’ITS Umbria Academy per le nuove iscrizioni sono circa 275, un numero che, seppur in crescita, non è evidentemente sufficiente a coprire il fabbisogno di personale qualificato delle imprese umbre.
Proprio per potenziare l’offerta formativa post-diploma in ambiti strategici come meccatronica, ICT, energia, agroalimentare e sostenibilità, la Regione Umbria a giugno 2025 ha approvato il Piano triennale 2025-2027 per l’Istruzione Tecnologica Superiore, che ha stanziato oltre 15 milioni di euro a sostegno dei percorsi ITS Academy. Uno sforzo importante, che probabilmente andrà canalizzato anche nella promozione della conoscenza del sistema ITS, evidenziandone le opportunità di inserimento lavorativo qualificato (spesso facilitato da tirocini che si trasformano in assunzioni), il valore europeo del titolo, l’integrazione con le aziende attraverso stage e progetti. Questo aspetto si rende necessario, visto che non di rado gli studenti preferiscono un percorso accademico più teorico, una formazione più ampia e meno specializzata e, in taluni casi, sono influenzati da una cultura che privilegia l’università come unico percorso post-diploma, in quanto ritenuto più prestigioso.




