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Elisabetta Tondini
Agenzia Umbria Ricerche

Quanti sono e quanto guadagnano i giovani dipendenti umbri

8 Mag 2024
Tempo di lettura: 9 minuti
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Il lavoro standard

“In Umbria i lavoratori standard under 35 del comparto privato sono per il 52,6% operai e per il 24,2% impiegati (contro il 42,3% e il 43,1% nelle regioni del Nord)”

Intanto, una conferma, ovvero che la presenza del lavoro standard tra i più giovani è ovunque nettamente inferiore rispetto a quella riscontrabile tra i lavoratori più maturi. Nel dettaglio, i giovani umbri dipendenti nel privato con lavoro standard nel 2022 sono stati 22.492, il 32,5 per cento di essi (una quota tra Italia e Nord). Si ripropone altresì la maggiore caratterizzazione operaia del lavoro giovanile umbro, soprattutto rispetto alle regioni del Nord (52,6 per cento contro 42,3 per cento), si accentua la sottorappresentazione della qualifica impiegatizia (il 24,2 per cento in Umbria a fronte del 40,7 per cento dell’Italia e del 43,1 per cento del Nord) e la maggiore relativa presenza di apprendisti (22,7 per cento contro 13,4 e 12,7 per cento rispettivamente).

Anche nel lavoro standard si ripropone la minore presenza di giovani – ricorrente in ciascuna qualifica – in Umbria rispetto alle aree di riferimento (21,6 per cento contro 24,6 del Nord), cui continua ad associarsi un monte retribuzioni complessivo relativamente più basso (17,5 per cento in Umbria contro 18,9 al Nord).

Quanto guadagnano dunque i lavoratori standard under 35 anni dipendenti nel comparto privato?

“La retribuzione media annua dei giovani lavoratori standard nel privato in Umbria è pari a 24.069 euro (a fronte dei quasi 28 mila e 29 mila euro dei coetanei italiani e delle regioni settentrionali)”

Ovviamente il lavoro standard fa guadagnare di più. In Umbria la retribuzione media annua di un giovane dipendente nel comparto privato con contratto a tempo indeterminato, full-time per un intero anno nel 2022 è stata di 24.069 euro (contro i quasi 29 e 28 mila euro dei giovani del Nord e italiani rispettivamente), che corrispondono a -3.852 euro del valore medio italiano e a -4.888 euro di quello del Nord (-13,8 per cento e -16,9 per cento rispettivamente).

Il minore guadagno dei giovani umbri dipende non solo da una maggiore concentrazione tra gli operai, ma anche dalla minore retribuzione media relativa a ciascuna qualifica, che si fa massima in corrispondenza dei quadri (fanno eccezione i dirigenti che, invece, guadagnano mediamente più dei coetanei delle altre aree, ma si tratta di 8 casi in tutto).

“La penalizzazione retributiva (rispetto alla media nazionale) dei giovani lavoratori umbri dipendenti nel privato è in crescita”

In più, la penalizzazione retributiva umbra, anche tra i giovani, si va amplificando negli anni: nel 2019 la forbice media era infatti più contenuta e pari a -12,2 per cento nei confronti del dato italiano e a -15,0 per cento nei confronti di quello delle regioni settentrionali.

Tuttavia, il livellamento verso il basso dei salari e stipendi nel comparto privato regionale (come testimoniano i valori afferenti ai lavoratori over 34) attenua lo svantaggio intergenerazionale che, nel 2022, in Umbria è di -23,3 per cento, a fronte del -26,7 per cento registrato per l’Italia e del -28,5 per cento ravvisabile nelle regioni del Nord.

Timori, valori, abbandoni
Ma cosa pensano i giovani in relazione alla loro partecipazione al mondo del lavoro?

Da un’indagine dell’Istituto Eures (Ricerche Economiche e Sociali)[iii] realizzata tra dicembre 2023 e febbraio 2024 su un campione rappresentativo di giovani italiani da 15 a 35 anni emerge che il timore di svolgere un lavoro con una retribuzione inferiore a quella dovuta, cioè, equa e rispondente al valore delle prestazioni effettuate, rappresenta la principale ragione di preoccupazione (per il 55 per cento degli intervistati). Segue a breve distanza il timore di avere un lavoro instabile/precario per molto tempo (47,3 per cento); preoccupa altresì la mancanza di opportunità idonee alle proprie competenze, segnalata dal 36,5 per cento di essi e il rischio di trovare un lavoro dequalificato rispetto alla propria formazione (28,4 per cento).

Gli intervistati, invitati a segnalare gli interventi ritenuti prioritari per migliorare le condizioni lavorative dei giovani, pongono ancora al primo posto il reddito/livello salariale (58 per cento delle citazioni), a seguire la stabilità contrattuale e il contrasto alla precarietà (44,9 per cento), quindi la richiesta di incrementare/migliorare le opportunità occupazionali per i giovani (42,1 per cento).

Relativamente ai requisiti nella scelta, passata o futura, del primo lavoro, i giovani intervistati hanno segnalato di essere (stati) guidati dai seguenti bisogni fondamentali: una retribuzione adeguata (27,8 per cento), la realizzazione personale, attraverso la soddisfazione, il contenuto del lavoro e la coerenza con la formazione (26,9 per cento), un buon ambiente di lavoro (21,9 per cento), opportunità di carriera (21,1 per cento).

Questi dati sottolineano come la questione economica rimanga prioritaria, ma non sia l’unico elemento che conta per un giovane che lavora. Ne consegue che la decisione di abbandonare volontariamente la propria occupazione, anche se a tempo indeterminato, può essere indotta da considerazioni più complesse, sulla scia di quei valori della yolo generation (che segue la filosofia del “si vive una volta sola” – You Only Live Once) maturati prepotentemente nel corso della pandemia, anche nel nostro Paese.

“Cessazioni di contratti a tempo indeterminato tra i giovani under 30: in Umbria, nel 2023, in 80 casi su 100 si è trattato di dimissioni (78 in Italia e 83 al Nord)”

Quale che sia la motivazione principale che spinge a rinunciare al proprio impiego, licenziandosi, rileva un fatto: la schiera dei giovani che abbandonano un lavoro fisso alla ricerca di un altro più appagante (soprattutto da un punto di vista remunerativo ma non solo) si è andata ampliando, in particolare negli anni più recenti. Dallo scoppio della pandemia le dimissioni da tempi indeterminati tra i giovani al di sotto dei 30 anni sono in crescita in valore assoluto in Umbria, in Italia, al Nord, e anche la quota degli abbandoni volontari dal lavoro a tempo indeterminato sulle relative cessazioni continua, tra alti e bassi, a porsi su livelli molto elevati.

Il fenomeno, diffuso anche tra i lavoratori più maturi, è strutturalmente molto più accentuato tra i giovani e l’Umbria, in entrambi i casi, si posiziona tra il livello nazionale e quello del Nord Italia, ove raggiunge punte particolarmente alte: nel 2022 le dimissioni di giovani con meno di 30 anni con contratto a tempo indeterminato per ogni 100 cessazioni sono state quasi 82 al Nord, quasi 77 in Umbria, quasi 76 in Italia. Nel 2023 questi valori sono saliti, rispettivamente a 83, 80, 78.

Non si tratta sempre di un salto nel vuoto, anzi, in molti casi dietro questi abbandoni vi sono trasferimenti programmati, in altre aziende, in altri settori, magari per profili o anche tipo di contratti differenti da quelli lasciati. Un fatto è certo: questa maggiore fluidità del mercato nasconde una irrequietezza che spinge verso la ricerca di sistemazioni migliori e che, a volte, si traduce in vere e proprie fughe verso altre destinazioni geografiche. E proprio perché i protagonisti sono i più giovani, lavoratori di fatto o potenziali, il fenomeno rischia di aggravare ulteriormente la sostenibilità sociale, demografica, economica dei nostri territori.

 

Note
[i] Le statistiche dell’Osservatorio Inps sui lavoratori dipendenti del settore privato non agricolo considerano i lavoratori con almeno con almeno un versamento contributivo nel corso dell’anno. I lavoratori che abbiano avuto nell’anno più di un rapporto di lavoro vengono contati una sola volta e classificati sulla base dell’ultimo (invece retribuzione e giornate retribuite si riferiscono alla somma di tutti i rapporti di lavoro nell’anno). Nel computo vengono esclusi anche i lavoratori domestici e inclusi i dipendenti pubblici a tempo determinato, per cui vige l’obbligo della contribuzione per le prestazioni temporanee.
[ii] I dati amministrativi dell’Inps registrano le retribuzioni a fini contributivi dei dipendenti con un regolare contratto di lavoro. Per retribuzioni si intendono dunque gli imponibili a fini previdenziali, comprensivi dei contributi a carico del lavoratore, nel periodo di tempo considerato.
[iii] CNG-AIG-Eures, Giovani 2024: il bilancio di una generazione, aprile 2024.

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