Focus
Mauro Casavecchia
Verso una genitorialità paritaria? Evidenze e criticità del congedo parentale
La principale fonte delle disparità di genere nel mercato del lavoro è avere figli. Diventare genitori rappresenta spesso uno spartiacque nella carriera professionale di una donna, mentre non produce effetti comparabili sulla carriera degli uomini. Questo fenomeno, ampiamente documentato, è noto come “penalizzazione della maternità” (motherhood penalty) e contribuisce significativamente a consolidare il divario occupazionale e retributivo tra i generi.
I dati più recenti confermano questa dinamica. Tra chi vive da solo, ad avere un impiego sono il 69,3 per cento delle donne e oltre il 77 per cento degli uomini; invece, quando si vive in coppia, il tasso di occupazione tra le madri scende al 57,2 per cento mentre tra i padri sale all’86,3 per cento, quasi 30 punti percentuali in più rispetto alle madri. La genitorialità, quindi, incide in modo profondamente asimmetrico tra i due sessi, determinando una perdita di partecipazione al mercato del lavoro da parte delle donne. Soprattutto quando ci sono bambini in età prescolare: tra i 25 e i 34 anni, meno della metà delle madri risulta occupata, a fronte di oltre il 60% nella fascia tra i 35 e i 54 anni.
Anche sul piano retributivo, questa disparità si traduce in numeri concreti: in Umbria, la differenza media annua di retribuzione lorda tra uomini e donne nelle imprese con oltre 50 dipendenti è di circa 8.634 euro, mentre il gender pay gap orario medio ammonta al 6,3 per cento e cresce per le qualifiche più elevate, con picchi che superano il 25 per cento tra i dirigenti.
Le cause di queste disparità sono molteplici. Da un lato, persiste una divisione tradizionale dei ruoli familiari, che attribuisce alle donne la maggior parte del lavoro di cura. Dall’altro, il sistema socio-economico e organizzativo non è ancora pienamente attrezzato per sostenere una genitorialità condivisa: i padri usufruiscono ancora poco dei congedi parentali, e i servizi per l’infanzia in diverse aree restano insufficienti. La conseguenza è che molte madri, anche quando riescono a mantenere un’occupazione, sono costrette a ridurre l’orario lavorativo, a rinunciare alle attività formative per mancanza di tempo, finendo per accettare posizioni meno qualificate o per risultare meno coinvolte nelle promozioni, con ripercussioni a lungo termine su carriera e reddito.
Il ricorso al congedo parentale
Tra le diverse forme di astensione dal lavoro riconosciute ai lavoratori dipendenti per facilitare la conciliazione tra vita familiare e lavorativa, un ruolo molto importante è svolto dal congedo parentale, disciplinato dal “Testo Unico in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità” (D.lgs. 26 marzo 2001, n. 15).
Questo strumento – da non confondere con il congedo obbligatorio di maternità e paternità nei mesi intorno al parto – consiste in un periodo di astensione facoltativa dal lavoro, concesso a lavoratori e lavoratrici dipendenti per prendersi cura del proprio figlio entro il dodicesimo anno di vita e soddisfarne i bisogni affettivi e relazionali. Durante tale periodo di assenza dal lavoro, i genitori in congedo percepiscono per un massimo di nove mesi un’indennità economica a carico dell’Inps che sostituisce, almeno parzialmente, il reddito da lavoro.
La misura rappresenta, dunque, uno dei principali strumenti di sostegno alla natalità e alla genitorialità responsabile ed è funzionale a diversi obiettivi: promuove il benessere del bambino, garantendo la presenza e la cura dei genitori nelle fasi cruciali della crescita; favorisce la parità di genere e la partecipazione attiva del padre alla vita familiare; riduce il rischio di abbandono o penalizzazione lavorativa, in particolare per le donne.
Durante la pandemia di Covid-19, l’uso del congedo parentale ha subito significative modifiche. Con la chiusura improvvisa delle scuole e degli asili, moltissimi genitori lavoratori si sono trovati nella condizione di dover gestire i figli a casa, senza supporti educativi o familiari esterni. Questo ha indotto il Governo ad adottare misure straordinarie per sostenere la conciliazione tra lavoro e cura familiare, tra cui l’estensione e il potenziamento del congedo parentale.
In effetti, il ricorso al congedo parentale, comprensivo della causale “emergenza Covid”, è esploso tra i lavoratori dipendenti nel 2020, in Umbria anche in maniera più intensa della media nazionale, per poi rientrare nell’anno successivo. In questo periodo le madri, di gran lunga le principali utilizzatrici del congedo, sono state fortemente penalizzate dall’aumento del carico di cura, che ha determinato un impatto negativo sulla loro partecipazione lavorativa.

L’aumento dell’indennità favorisce il riequilibrio dei carichi familiari?
La pandemia ha riacceso il dibattito sulla parità di genere e sul ruolo dello Stato nel sostenere la genitorialità e ha mostrato la necessità di flessibilizzare gli strumenti di conciliazione lavoro-famiglia.
Come conseguenza, il congedo parentale è stato oggetto di una serie di interventi legislativi che hanno migliorato significativamente le condizioni economiche per i genitori che desiderano usufruirne. In attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – che dichiara tra i suoi obiettivi la necessità di favorire una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro e di promuovere una più equa condivisione dei carichi familiari – l’Italia ha adottato alcune riforme e misure legislative che hanno reso il congedo parentale più accessibile economicamente per i lavoratori e più equilibrato in termini di utilizzo tra madri e padri. In particolare, la legge di bilancio del 2023 ha aumentato l’indennità spettante a ciascun genitore dal 30 all’80 per cento della retribuzione per il primo mese e negli anni successivi la medesima copertura economica è stata ulteriormente estesa fino alla terza mensilità.
L’aumento dell’indennità, riducendo notevolmente la penalizzazione per le entrate familiari, si pone anche l’obiettivo di incentivare l’uso del congedo parentale da parte dei padri, nella maggior parte dei casi i principali percettori di reddito all’interno del nucleo. In effetti, nel 2023 – primo anno di applicazione del nuovo regime più favorevole – si è osservata una generale crescita delle richieste, sia da parte delle donne, sia anche degli uomini.
È naturalmente ancora presto per valutare se le nuove regole, che hanno bisogno di tempo per essere adeguatamente metabolizzate dai destinatari, stiano funzionando dal punto di vista del riequilibrio dei generi. In ogni caso, si può verificare che nel 2023 l’incidenza maschile nel take up del congedo parentale è cresciuta rispetto all’anno precedente, sia in termini di numero di beneficiari, sia di giornate autorizzate, in Umbria come in Italia, raggiungendo ovunque livelli mai toccati in precedenza.
Secondo i dati più recenti, il ricorso al congedo parentale riguarda in Umbria un padre ogni tre madri (era meno di uno ogni quattro nel 2021), anche se va sottolineato che l’incidenza maschile sul numero di giornate autorizzate resta ancora molto più bassa, arrivando a pesare per poco più di un decimo sul totale.


L’incremento dell’utilizzo maschile del congedo parentale è ancora più visibile nel sottoinsieme delle imprese più strutturate: tra le aziende pubbliche e private umbre con oltre cinquanta dipendenti, tra il 2021 e il 2023 sul totale dei beneficiari la quota dei padri che ne hanno usufruito è passata dal 35 al 42,6 per cento.

Questo dato riconferma, da un lato, l’importanza delle dimensioni aziendali nelle politiche di parità: le grandi imprese sono più spesso in grado di promuovere welfare e genitorialità condivisa, anche investendo risorse proprie, rispetto alle piccole imprese, culturalmente meno sensibilizzate al tema e dove l’assenza di un genitore crea un maggiore impatto operativo. Dall’altro lato, rafforza la percezione di una tendenza già in corso da alcuni anni: anche se la cura dei figli resta tuttora prevalentemente appannaggio delle madri, si registrano segnali incoraggianti di una maggiore partecipazione dei padri. E questo accade soprattutto tra le nuove generazioni, nei contesti urbani e in famiglie con livelli di istruzione più elevati.
Un altro piccolo segno di questa tendenza si rintraccia nella recentissima relazione dell’Ispettorato del Lavoro sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali, secondo la quale nel 2024 le difficoltà connesse con l’accudimento dei figli hanno rappresentato il principale motivo di abbandono del lavoro per il 21,1 per cento dei padri, una quota mai raggiunta in precedenza (era il 16,7 per cento l’anno precedente), anche se distante dal 77,5 per cento delle madri. Un incremento che, pur nella sua esiguità, può riflettere un’evoluzione culturale e sociale nei ruoli familiari.
In sostanza, il congedo parentale resta tuttora un buon indicatore delle persistenti disuguaglianze di genere: oggi resta utilizzato in modo fortemente sbilanciato, con le madri che continuano a sostenere il carico principale della cura, mentre i padri ne fanno un uso ancora marginale. Tuttavia, proprio per il suo potenziale trasformativo, il congedo parentale può diventare una leva importante per promuovere una maggiore equità tra i generi.




