Focus
Elisabetta Tondini
Genere e benessere equo e sostenibile in Umbria: un vantaggio relativo tra progressi e disallineamenti
All’interno dei progressi registrati negli ultimi anni sul fronte dell’equilibrio di genere, quale profilo emerge per l’Umbria?
Per rispondere a tale interrogativo, gli indicatori di Benessere Equo e Sostenibile (BES) elaborati dall’ISTAT[i] assumono un ruolo cruciale, perché consentono di monitorare in modo sistematico l’intensità e la direzione dei divari di genere e di mettere a fuoco la capacità del sistema regionale di valorizzare il capitale umano femminile.
L’analisi è stata condotta con riferimento a cinque domini selezionati – istruzione, lavoro, benessere soggettivo, relazioni sociali, politica e istituzioni – per offrire una lettura articolata delle diverse dimensioni del benessere in un’ottica di genere. Ne emerge un quadro articolato e non uniforme: il processo di convergenza tra uomini e donne, pur risultando nel complesso più avanzato – a volte in maniera sostanziale – rispetto al quadro nazionale, non può dirsi pienamente compiuto, in ragione della persistenza di disuguaglianze interne, di dinamiche non sempre migliorative e di disallineamenti tra le diverse dimensioni considerate.
Di seguito si presentano nel dettaglio i principali risultati emersi.
Nel dominio istruzione e formazione emerge con chiarezza un vantaggio femminile strutturale. Le donne mostrano livelli di istruzione più elevati lungo quasi tutta la filiera: la quota di diplomate (79,1% contro 72,8% degli uomini) e soprattutto quella di laureate (42,6% contro 25,9%) è significativamente superiore, con valori più ampi rispetto alla media femminile nazionale. Anche l’uscita precoce dal sistema di istruzione è più contenuta (3,6% contro 6,1%), un differenziale che, riproponendosi anche rispetto alle donne italiane, si configura come un vero e proprio vantaggio competitivo in termini di capitale umano, che negli ultimi anni tende a consolidarsi.
Si tratta di un vantaggio che, tuttavia, presenta elementi di fragilità. Permane una forte segmentazione orizzontale: le donne sono meno presenti nei percorsi STEM (14,5 per mille contro 21,9 degli uomini) e mostrano un divario nelle competenze numeriche (36,0% di competenze non adeguate contro 31,4%), mentre risultano migliori nelle competenze alfabetiche. Inoltre, la quota di NEET rimane significativamente più elevata tra le donne umbre (10,8% contro 6,1%), pur essendo inferiore alla media nazionale, e l’andamento recente di questo indicatore segnala come la difficoltà di transizione scuola-lavoro continui a rappresentare un elemento critico per la componente femminile. Il dato segnala una difficoltà nel trasformare il capitale umano in opportunità occupazionali, aspetto che può essere amplificato da reti di opportunità più ristrette, da una minore mobilità geografica rispetto agli uomini e da un contesto regionale, come quello umbro, caratterizzato da mercati del lavoro meno profondi.
Anche gli indicatori di partecipazione culturale restituiscono un quadro non univoco: le donne partecipano più degli uomini ad attività culturali fuori casa (39,6% contro 35,8%), coerentemente con un maggiore investimento in capitale umano, ma presentano livelli di lettura leggermente inferiori, in controtendenza rispetto al dato nazionale. Questo segnala che il vantaggio femminile nelle risorse culturali non si traduce in modo uniforme nei comportamenti, probabilmente anche per vincoli di tempo e carichi extra-lavorativi.
È nel dominio lavoro e conciliazione dei tempi di vita che questa tensione emerge in modo più evidente. Le donne umbre mostrano una partecipazione al lavoro molto più elevata della media italiana (tasso di occupazione 68,0% contro 58,0%), segnalando anche una maggiore capacità del sistema regionale di assorbire lavoro femminile, ma il divario rispetto agli uomini umbri rimane ampio (81,4%). Anche la mancata partecipazione al lavoro è più contenuta rispetto al dato nazionale, ma resta più elevata per le donne (9,8% contro 6,5%), indicando un persistente differenziale di accesso.
Sul piano qualitativo, emergono segnali ambivalenti. Da un lato, le donne umbre presentano una maggiore probabilità di stabilizzazione (20,6% contro 17,5% maschile, e superiore al dato nazionale femminile), suggerendo una dinamica favorevole nelle transizioni occupazionali. Dall’altro lato, persistono elementi di vulnerabilità: più elevata incidenza di occupazioni a termine di lunga durata (22,1%) e soprattutto una diffusione molto più ampia del part-time involontario (13,2% contro 4,9%), fenomeno che, nonostante segnali di contenimento, continua a rappresentare una modalità di adattamento a vincoli di conciliazione.
A questi elementi si aggiunge una minore diffusione del lavoro da remoto rispetto al contesto nazionale, pur con una maggiore incidenza tra le donne rispetto agli uomini (7,3% contro 5,3%): in altre parole, strumenti potenzialmente favorevoli alla conciliazione risultano ancora relativamente sottoutilizzati nel contesto regionale.
È anche vero, però, che il rapporto tra occupazione delle madri con figli piccoli e donne senza figli (92,4%) risulta molto più favorevole in Umbria rispetto alla media nazionale (75,1%), segnalando una minore penalizzazione della maternità: sotto questo aspetto entrano in gioco fattori compensativi locali, come reti familiari di supporto e una elevata dotazione di servizi per l’infanzia che, se non eliminano del tutto il ricorso a soluzioni lavorative subottimali, svolgono un importante ruolo di sostegno per le giovani madri.
Nel complesso, il mercato del lavoro umbro si configura come un contesto relativamente inclusivo ma ancora non pienamente equo: accanto a segnali di miglioramento nelle opportunità di accesso e stabilizzazione, persistono criticità nella qualità dell’occupazione femminile. Il risultato è un sistema in cui il capitale umano femminile non è ancora pienamente valorizzato.
Questa parziale valorizzazione si riflette in parte nel dominio del benessere soggettivo. Le donne riportano rispetto agli uomini livelli inferiori di soddisfazione per la vita (48,0% contro 52,6%) e per il tempo libero (64,3% contro 72,1%), con un divario più marcato nei confronti del dato nazionale proprio per quest’ultimo aspetto. Anche le aspettative future risultano meno favorevoli, con una quota un po’ più elevata di giudizi negativi (15,2% contro 12,1%), e dinamiche recenti che segnalano una maggiore esposizione femminile al peggioramento delle prospettive. Ne emerge una tensione evidente tra livelli relativamente elevati di partecipazione economica e una percezione soggettiva meno favorevole.
Nel dominio delle relazioni sociali, il quadro è coerente ma articolato. Le donne umbre rispetto agli uomini mostrano livelli inferiori di soddisfazione per relazioni familiari e amicali e una minore fiducia generalizzata (22,4% contro 26,6%), seppure nei confronti della media nazionale la situazione su questi fronti si presenta più favorevole. Partecipano meno alla vita sociale (27,2% contro 33,0% maschile e 29,2% femminile italiano) e a quella civica e politica (57,5% contro 71,6% maschile e 54,5% medio italiano), confermando rispetto agli uomini un minore accesso agli spazi di relazionalità più strutturati. Anche gli indicatori di partecipazione “forte”, come il finanziamento delle associazioni, risultano inferiori.
Tuttavia, dispongono di reti di supporto leggermente più ampie (83,4% contro 82,1% maschile) e mostrano una partecipazione al volontariato sostanzialmente allineata agli uomini (7,9% contro 7,6%) e leggermente inferiore a quella femminile nazionale. In sintesi, il capitale sociale femminile, pur presente, risulta meno attivato nelle forme più istituzionalizzate e più “abilitanti”, quelle più direttamente connesse ai processi decisionali.
Il vincolo femminile non riguarda quindi solo il mercato del lavoro, ma si estende anche all’accesso agli spazi pubblici di interazione: se le donne sono più esposte a carichi di cura e a forme di occupazione meno stabili o più frammentate, la loro partecipazione a forme strutturate e continuative di vita associativa e civica tende a ridursi. Si può pensare che non si tratti tanto o solo di una questione di preferenze, piuttosto di vincoli, che impediscono al capitale sociale potenziale delle donne di esplicarsi pienamente.
Il quadro di minore partecipazione sociale non si traduce tuttavia in un deficit generalizzato di accesso ai meccanismi istituzionali. Nel dominio politica e istituzioni emerge infatti un elemento di discontinuità: l’Umbria si distingue per una rappresentanza femminile a livello locale prossima alla parità (47,6%) e nettamente superiore al dato nazionale (26,8%), a fronte di livelli di partecipazione elettorale e di fiducia nelle istituzioni sostanzialmente allineati tra uomini e donne. Questo indica una elevata inclusione formale nei canali istituzionali, probabilmente sostenuta anche da meccanismi regolativi (quote, equilibri di lista) e da specifiche dinamiche territoriali.
Ne deriva una configurazione di genere disallineata tra dimensioni: a una elevata presenza femminile nelle istituzioni si affiancano una partecipazione sociale meno diffusa e persistenti svantaggi nel mercato del lavoro. Questo disallineamento suggerisce come la rappresentanza descrittiva – intesa come presenza numerica nelle istituzioni – faccia ancora fatica a tradursi pienamente e in modo lineare in forme di empowerment sostanziale[ii].
In chiave trasversale permane dunque una certa disconnessione tra capitale umano, partecipazione e risultati socioeconomici: le donne umbre, pur investendo maggiormente in istruzione e mostrando livelli di accesso al lavoro significativamente superiori rispetto al resto d’Italia, incontrano ancora ostacoli nella piena valorizzazione delle competenze e nella partecipazione alle reti sociali e civiche. Questo elemento rafforza l’ipotesi che la traduzione della presenza istituzionale in esiti sostanziali richieda non solo rappresentanza, ma anche un più ampio allineamento tra risorse individuali, contesto istituzionale e infrastrutture sociali.
In sintesi, l’Umbria non sembra configurarsi come un contesto in ritardo sotto il profilo di genere; piuttosto, appare come un sistema in cui il riequilibrio – pur relativamente avanzato – si manifesta in modo non uniforme ed è esposto a dinamiche talvolta ambivalenti: i progressi osservati nei livelli di istruzione, nella occupazione e nella rappresentanza politica non si riflettono ancora in maniera pienamente coerente su tutte le dimensioni del benessere, e la loro evoluzione nel tempo lascia intravedere la possibile persistenza di alcune criticità ancora aperte.

Note
[i] Nel presente contributo è stato utilizzato il data se aggiornato dall’ISTAT ad aprile 2026.
[ii] In termini teorici, si richiama la classica distinzione tra rappresentanza descrittiva e rappresentanza sostanziale (cfr. Hanna Fenichel Pitkin e, tra gli altri, Anne Phillips). In questa prospettiva, la presenza numerica delle donne nelle istituzioni non implica necessariamente una corrispondente capacità di incidere sugli esiti delle politiche o di promuovere interessi e istanze di genere, soprattutto in assenza di condizioni istituzionali e socioeconomiche favorevoli. Nel caso umbro, lo scarto tra la rappresentanza descrittiva e quella sostanziale può dipendere da fattori intermedi quali la struttura delle opportunità politiche, le dinamiche organizzative e il radicamento nelle reti sociali (cfr. Drude Dahlerup; Sarah Childs).




