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Simone Donnari
Responsabile Centro Atlas Onlus
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Chiara Azzollini
Educatrice socio-pedagogica, operatrice Centro Atlas Onlus

I giovani e il ritiro sociale: un’anteprima della ricerca AUR

10 Nov 2022
Tempo di lettura: 7 minuti

Le misure emergenziali dovute al Covid-19 sono state quasi del tutto eliminate, ma la scia di esse rimane, per la ricerca, come una traccia da seguire. Il primo indizio lo danno i dati: secondo il rapporto nazionale BES di Istat (Istat, 2021) i giovani insoddisfatti della propria vita e con un basso punteggio di salute mentale è raddoppiata tra il 2019 e il 2022. Le misure di contenimento e di prevenzione alla diffusione della malattia consigliavano, e in alcuni casi obbligavano, la popolazione al confinamento domiciliare, al distanziamento sociale e al diradamento e/o l’azzeramento dei rapporti interpersonali, con un grande impatto sul benessere psicologico dei cittadini. La particolare fragilità degli adolescenti rispetto alle regole di contenimento sociale è dovuta al fatto che esse contrastano le naturali pulsioni (l’esplorazione del mondo esterno, la ristrutturazione dei modelli di attaccamento, con l’investimento in relazioni esterne alla famiglia) grazie a cui pongono le basi per la salute mentale e il benessere della vita da adulti. L’impatto che la pandemia ha avuto sulle persone, in particolare degli adolescenti, è al centro di numerose indagini, scostando un velo su un fenomeno in aumento negli ultimi anni: il ritiro sociale dei giovani.

Anche l’Aur ha voluto occuparsi di questo tema, e lo ha fatto cercando di esplorare il disagio dei giovani dai 14 ai 24 anni in Umbria, con lo scopo di individuare possibili aree di intervento finalizzate a contrastare e prevenire questo tipo di difficoltà, sempre più diffuse. Qui le prime riflessioni, in attesa della pubblicazione del lavoro esteso che è stato realizzato in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia (oggi Fondazione Perugia)[1].

Prendendo come punto di partenza la frequenza scolastica, dai dati si evince che i giovani italiani tra i 18 e i 24 anni che nel 2020, l’anno della DAD (Didattica A Distanza), hanno abbandonato gli studi sono stati il 13,1%. Se per l’intero territorio nazionale è una quantità omogenea rispetto agli anni precedenti, per l’Umbria invece il 2020 ha significato un incremento significativo, passando dal 9,5% del 2019 all’11,5% del 2020 (Istat, 2020). I motivi dell’abbandono scolastico possono essere diversi. Le evidenze di INDIRE (luglio 2020) sulla frequenza scolastica suggeriscono che il rischio di abbandono scolastico, lo svantaggio socio-economico, linguistico e culturale, essere studenti con DAD e avere difficoltà economiche dovute al Covid-19, sono state le principali motivazioni per un’assenza sistematica alle lezioni. Il 45,2% degli studenti di secondaria di secondo grado motiva l’assenza segnalando di avere fratelli o sorelle in età scolare impegnati contemporaneamente nella DAD, facendo emergere la difficoltà delle famiglie di predisporre più device per permettere a tutti i figli di frequentare le lezioni a distanza (INDIRE, luglio 2020). L’avvento delle modalità online ha invaso non solo la didattica, ma ogni forma di socializzazione sostituendo tutti i contesti reali con setting digitali. Ciò che è comunemente adocchiato come un rischio, ovvero l’utilizzo frequente degli strumenti digitali e online per i giovani, può invece essere considerato come una risorsa, nonostante i rischi che può comportare (come l’uso problematico di internet e la dipendenza da esso).

Dal rapporto Unicef  The future we want (Unicef, 2020) emerge che l’utilizzo del digitale sia sentito dai ragazzi come qualcosa di positivo. Infatti, alla domanda “il digitale ci ha uniti?” il 49% dei giovani risponde di essere d’accordo o completamente d’accordo. Nelle situazioni di ritiro sociale, la mediazione digitale online è un primo passo verso il ritorno alla socialità. Si pensi ad esempio ai ragazzi che sono anche gamer e trascorrono il tempo giocando online a videogiochi che prevedono partite multiplayer in cui ci si può parlare e scrivere live durante le partite: in questi casi si creano vere e proprie micro-comunità, veri e propri gruppi di amici con cui è possibile avere contatti quotidiani attraverso la chat del videogioco. Eventualmente, tali amici online possono anche diventare amici offline.

La mediazione digitale della socialità si può quindi vedere come uno strumento utile per agganciare, con un primo approccio, persone che dal vivo non reggono ancora il confronto con l’altro. L’aggiornamento dei professionisti e delle persone che si prendono cura dei giovani sulle modalità digitali è sempre più urgente, sia per comprenderne le potenzialità, sia per poter educare e prevenire ai rischi che essa può comportare, in modo che i ragazzi possano avere una guida anche per esplorare l’ambiente digitale. La necessità di essere educati all’utilizzo del digitale per interfacciarsi con sé stessi e con il mondo si intreccia con la necessità di essere guidati nella formazione della propria identità e delle relazioni. Le relazioni umane hanno perso il contenitore naturale in cui evolvere, lasciando così lo sviluppo identitario degli adolescenti in una matassa di cui è difficile trovare il capo.  Se per la popolazione adulta è difficile orientarsi tra i cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi due anni, per gli adolescenti il disorientamento, dovuto alla difficoltà di prospettarsi nel futuro, diventa un ostacolo esistenziale che si trasforma in disagio psicologico. I modi in cui i giovani manifestano questo disagio si sviluppano nell’intimità attraverso meccanismi problematici (isolamento, abbandono scolastico, cutting, disturbi alimentari) che li portano a rinchiudersi in casa e per coloro che già partono con difficoltà di tipo psichico e fisico tutto ciò è accentuato. Questi meccanismi non sono da leggere come disfunzioni in sé, ma come sintomi di un sistema disfunzionale che i ragazzi subiscono, sia nel macroambiente, sia in famiglia, fin da prima dello scoppio della pandemia mondiale. La pandemia si è rivelata, più che strettamente una causa di malessere, un pretesto per mettere in luce disagi già esistenti. Già da prima dell’avvento del Covid-19 i giovani che decidevano di chiudersi in casa erano in aumento, sfociando in molti casi in fenomeni come quello degli hikikomori, ma mai come oggi il fenomeno è stato così rilevante agli occhi della comunità. Questo perché i comportamenti legati al ritiro sociale che normalmente sono ritenuti disfunzionali, con la pandemia hanno ritrovato una dimensione “virtuosa” che si può definire come prescrizione del sintomo. Per molti ragazzi in situazione di reclusione ha significato non essere più “diversi” dagli altri e, allo stesso tempo, un’occasione per essere visti. L’”essere visti” è proprio il fulcro del ritiro sociale. Rendersi invisibili tra le mura di camera propria è la difesa che il giovane sviluppa nei confronti di un esterno, di un “altro”, che non lo vede più come una persona, ma che lo giudica misurandone la performatività. Ciò che “sarebbe giusto fare”, come ad esempio un buon rendimento scolastico, un approccio accattivante con gli altri o il primato in attività extrascolastiche, va a creare uno sdoppiamento tra l’io delle aspettative e l’io delle emozioni, è allora che l’io delle aspettative muore e l’io delle emozioni prende il sopravvento. Per essere più precisi, sono le emozioni che prendono il sopravvento sulla persona: emozioni a cui non si riesce a dare un nome, come ad esempio l’ansia da prestazione, emozioni che investono totalmente e che trovano una via d’uscita, un modo di essere canalizzate, solo con attività che precludono la propria presenza fisica nello spazio pubblico.

Tra questo tipo di attività, tra le più frequenti si trova la fruizione di manga e anime, probabilmente perché, attraverso il modo in cui sono scritte, permettono una catarsi di emozioni che altrimenti resterebbero bloccate.

Da un’indagine condotta negli USA da Common Sense (2015) tra gli adolescenti, emerge una correlazione tra il frequente uso degli schermi e il benessere emotivo e psicologico, ma ancora non è chiaro se questo tipo di correlazione sia causale. Ciò a cui bisogna fare attenzione e su cui bisogna che si concentrino gli sforzi della comunità scientifica e di welfare è invece la gestione delle emozioni e l’educazione al digitale.  Coloro che si chiudono in casa sono ragazzi che non riescono più a sopportare la pressione di una società performante e che si prendono perciò “una pausa” per tornare a vedere sé stessi nel pieno delle loro potenzialità, e per essere allo stesso tempo visti nuovamente, anche dall’esterno.

Il ritiro dei giovani dalla società non è solo una perdita nel sistema produttivo: è un problema della comunità. A livello nazionale c’è una volontà ad andare in questa direzione segnata dal Disegno di Legge n. 2372 recentemente approvato dalla Camera “Introduzione dello sviluppo di competenze non cognitive nei percorsi delle istituzioni scolastiche e dei centri provinciali per l’istruzione degli adulti, nonché nei percorsi di istruzione e formazione professionale”, in cui si propone una sperimentazione triennale all’interno delle scuole volta a implementare, appunto, le competenze non cognitive, ovvero quelle che riguardano le relazioni e le emozioni.

Durante la ricerca, sono stati organizzati due focus group, online, della durata di due ore ciascuno. Il primo coinvolge professionisti della salute mentale e del disagio giovanile, provenienti sia dai servizi privati sia da quelli pubblici; il secondo raccoglie i punti di vista dei protagonisti, ovvero giovani, genitori e insegnanti.

Ciò che emerge è una causalità individuabile nel sociale, una generale crisi di identità e la fragilità dei rapporti familiari. Se nel primo focus group, con i professionisti del settore, è emersa principalmente l’immagine dello stato attuale dei servizi in Umbria; nel secondo focus group, con i protagonisti, si sono delineate meglio le situazioni, i bisogni e i possibili modi per tornare a uscire di casa.

I disturbi dei figli non sono altro che modalità disfunzionali di gestire situazioni ed emozioni percepite come eccessive. Rinchiudersi significa creare uno spazio e un tempo per sé stessi, alla ricerca di modi per riconoscere, sfogare e gestire il proprio mondo simbolico ed emotivo. In questo senso è di grande aiuto l’arte, intesa sia come arte figurativa che come arte della parola, sia fruita, sia prodotta. La fruizione che per eccellenza unisce arte figurativa e di parola è quella di videogiochi, fumetti e animazioni, in particolare quelle giapponesi, come accennato sopra: i manga e gli anime.

Il fenomeno è sicuramente nuovo per i professionisti in quanto il disagio di oggi è diverso da quello di una volta e l’insieme di cause può riguardare anche la sensibilità, la fragilità ed il giudizio degli altri. Non è un problema che riguarda solo ed esclusivamente la famiglia ma, nel complesso, anche la società e la comunità. La famiglia ha bisogno di sentirsi inclusa nella comunità, e per fare questo è importantissimo il delicato lavoro di rete che portano avanti gli uffici di cittadinanza, tra le famiglie e il contesto in cui vivono. Spesso, infatti, l’isolamento del figlio si inserisce in un discorso più ampio, in cui è l’intera famiglia ad essere isolata dalla società, sia fisicamente, quando non riesce a partecipare alle attività del territorio, sia emotivamente, nel momento in cui si prova vergogna per la situazione del figlio ritirato.

Come emerge anche dai focus group, quindi, ciò che potrebbe aiutare è uno sguardo di umanità che restituisca alla dimensione emotiva lo spazio che merita.

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Adolescenti in Umbria: disagi e dipendenze

Note
[1] In questo focus forniamo un’anteprima della ricerca Adolescenti in Umbria: disagi e dipendenze, di prossima pubblicazione da parte dell’Agenzia Umbria Ricerche, con l’egida della Fondazione Perugia.

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