Focus
Elisabetta Tondini
L’impatto del declino demografico sulla crescita economica: l’Umbria nel quadro della transizione italiana
L’Umbria, come l’Italia, non sta soltanto invecchiando: sta perdendo la propria base attiva e, con essa, la capacità di generare valore economico. Il fattore demografico, da semplice variabile di contesto, si configura ormai come un vero e proprio fondamentale macroeconomico, un vincolo strutturale alla crescita, la cui portata è paragonabile a quella dei grandi mutamenti tecnologici o degli shock esogeni. La relazione tra demografia ed economia non è mai stata così evidente: la crescita economica influenza le dinamiche demografiche e, allo stesso tempo, la struttura della popolazione condiziona in modo determinante le prospettive di sviluppo dei territori. In altre parole, le disuguaglianze territoriali tendono ad amplificarsi anche a causa del fattore demografico: le regioni che crescono di più tendono a trattenere o attrarre popolazione giovane e attiva; quelle già fragili, invece, perdono proprio la componente più dinamica, alimentando un circolo cumulativo di declino che indebolisce ulteriormente la capacità di crescita e rischia di rendere sempre più difficile invertire la tendenza.
Evidenze recenti
Tra il 2018 e il 2023, il Pil italiano ha manifestato, seppure con diverse intensità, una crescita media annua ovunque positiva (la sola Basilicata rimane esclusa), sostenuta da un diffuso innalzamento del tasso di occupazione nella fascia 15-64 anni, da un altrettanto diffusa crescita di lavoratori con oltre 64 anni e da un aumento, a ritmi molto differenziati, della produttività del lavoro in quasi tutte le regioni[1]. Parallelamente, però, il calo demografico e la riduzione della popolazione in età attiva hanno rappresentato un fattore strutturale di freno alla crescita del Pil, da cui solo la Lombardia è rimasta interamente indenne.

In Umbria, l’incremento dell’occupazione, inclusa quella riferibile alla fascia di popolazione oltre i 64 anni, e il modesto miglioramento della produttività del lavoro hanno sostenuto una dinamica economica lievemente positiva. Hanno invece agito in senso opposto, frenando cioè la crescita economica, l’assottigliamento della base demografica e la riduzione in quota della popolazione in età attiva.

In un contesto strutturalmente fragile e già compromesso, le tendenze demografiche attese rappresentano un fattore di rilevante preoccupazione, in quanto la dinamica della popolazione potrebbe ridurre sensibilmente il potenziale di crescita economica regionale nei prossimi anni.
Previsioni demografiche e implicazioni sulla crescita economica
Le proiezioni demografiche dell’Istat indicano che, da qui al prossimo decennio, la popolazione italiana tenderà a diminuire quasi ovunque (fanno eccezione Lombardia, Emilia-Romagna e le due province autonome). Ancora più importante, però, è la dinamica della fascia 15–64 anni: la perdita di persone in età da lavoro sarà diffusa, non risparmierà nessun territorio e sarà più accentuata tra le regioni economicamente più svantaggiate. In questo scenario, l’Umbria entro il 2035 rischia di perdere il 3,4% di abitanti e l’8,9% di quelli di età compresa tra 15 e 64 anni.

È un dato che racconta molto più di una semplice variazione numerica: disegna un possibile futuro in cui la demografia segna una nuova linea di divisione tra le regioni, comportando il rischio di una decrescita più disuguale. In altre parole, in alcuni territori, come il Mezzogiorno ma anche l’Umbria, la questione demografica aggraverebbe quella economica, prefigurando un’ulteriore marginalizzazione strutturale.
Per cogliere concretamente la minaccia della transizione demografica, può essere utile considerare lo scenario che si delineerebbe al 2035 rispetto al 2023 sulla base delle stime Istat della popolazione[2], ipotizzando costanti gli altri fattori della relazione contabile del Pil[3]. Il solo fattore demografico determinerebbe una flessione economica – seppure con intensità differenti – diffusa in tutte le regioni italiane. Il Pil italiano dal 2023 al 2035 fletterebbe dell’8,0%, quello umbro del 9,3%. Peggio dell’Umbria farebbero, oltre la Valle d’Aosta, le regioni meridionali.

Per conservare nel 2035 il livello del Pil italiano dell’anno base (il 2023) sarebbe necessario, ad esempio, un incremento cumulato della produttività del lavoro pari all’8,7%, che corrisponderebbe a circa uno 0,7% annuo. In Umbria, la crescita della produttività del lavoro dovrebbe salire del 10,2%, per un tasso annuo dello 0,8%; nelle regioni meridionali, caratterizzate da cali demografici particolarmente consistenti, occorrerebbero aumenti anche ampiamente superiori all’1% annuo.
Nel panorama prospettato si osserva inoltre che i divari territoriali attesi in termini di Pil pro-capite risulterebbero parzialmente ridimensionati, in virtù dell’effetto mitigatore esercitato dal denominatore nelle regioni demograficamente più deboli.
Se questo sarà lo scenario del prossimo futuro, resta aperta la questione di come fronteggiare la minaccia strutturale che grava sulle prospettive di crescita economica. Per affrontarla efficacemente è necessario agire su più fronti, attivando diverse leve interne per contribuire al riequilibrio della piramide demografica e al sostegno del potenziale di crescita nel medio-lungo periodo.
Vediamo cosa accadrebbe se venissero attivate alcune di queste leve.
Scenario 1 – aumento del tasso di occupazione femminile
Ipotizzando un incremento diffuso del tasso di occupazione femminile di 5 punti percentuali e l’invariabilità delle altre componenti, l’impatto negativo diminuirebbe sensibilmente. In Umbria la perdita di Pil si ridurrebbe dal -9,3% al -5,6%: un miglioramento, certo, che non sarebbe però sufficiente a stabilizzare l’economia regionale. La mitigazione del calo del Pil riuscirebbe a evitare la contrazione economica solo in poche regioni del Nord, ovvero quelle che beneficiano di un incremento demografico.

Scenario 2 – aumento del tasso di occupazione sia femminile sia maschile
Un passo ulteriore sarebbe un aumento anche dell’occupazione maschile (ipotizzato pari a 3 punti percentuali). In questo caso il quadro migliorerebbe ancora, ma anche questa combinazione non basterebbe a compensare gli effetti indotti dal calo demografico e mantenere l’economia regionale ai livelli del 2023: con le uniche eccezioni di Lombardia, Emilia-Romagna e le province autonome, per tutte le altre regioni si prospetterebbe una retrocessione economica che si farebbe minima per la Toscana (-0,4%) e massima per la Sardegna (-10,3%). Per l’Umbria il calo si attesterebbe al -3,5% (a fronte del -1,8% nazionale) e il PIL pro-capite mostrerebbe invece un lieve incremento, segno di una flessione demografica più sostenuta di quella economica.

Scenario 3 – estensione dell’età pensionabile
In un contesto di invecchiamento demografico e crescente pressione sulla sostenibilità dei sistemi previdenziali, l’estensione dell’età pensionabile rappresenta una delle leve più discusse ma potenzialmente più efficaci per rafforzare la base occupazionale, oltre che contenere al contempo la spesa pubblica. Quali sarebbero allora gli effetti macroeconomici derivanti dall’innalzamento dell’età pensionabile, ad esempio, a 69 anni, con l’invariabilità della propensione all’occupazione di uomini e donne e della produttività del lavoro?[4].
Le risultanze di detta stima si collocherebbero tra due ipotesi limite[5]. Nella prima l’allungamento dell’età pensionabile apporterebbe un sostanziale beneficio soprattutto nei territori con elevata partecipazione al lavoro, dunque in tutte le regioni del Centro-Nord: per l’Umbria il Pil aumenterebbe dello 0,9% (a fronte del +1,5% nazionale).
Nella seconda ipotesi, l’effetto amplificatore sulla crescita risulterebbe molto più contenuto e limitato solo a quattro territori. L’Umbria subirebbe un calo del Pil pari al 3,1% (a fronte del -1,7% italiano).

Tra queste due ipotesi estreme, il risultato più plausibile della simulazione si collocherebbe in una posizione intermedia, verosimilmente più vicina al primo scenario. È quindi ragionevole ritenere che l’innalzamento dell’età pensionabile produrrebbe miglioramenti diffusi nelle traiettorie di crescita regionali.
Produttività, la leva strategica
Pur costituendo un elemento rilevante nel contrastare le tendenze recessive, l’efficacia dell’espansione occupazionale – derivante sia da una maggiore partecipazione sia da un prolungamento dell’attività lavorativa – dipende in misura significativa dalle condizioni strutturali dei contesti locali e, nella maggior parte dei casi, non si rivela pienamente risolutiva.
Per arrestare il declino in atto, è necessario l’intervento (anche) di altri fattori.
Quello più direttamente influente sul piano demografico è la componente migratoria, poiché può contribuire a riequilibrare la piramide demografica attenuando la riduzione della popolazione attiva e sostenendo la capacità di generare lavoro. Una gestione efficace e lungimirante dei flussi migratori – per quanto complessa – può incidere in modo significativo nel contrastare lo squilibrio demografico e nel rafforzare la forza lavoro. Ma si tratta di un fattore fortemente aleatorio, influenzato da variabili geopolitiche e socioeconomiche difficilmente prevedibili.
È dunque un altro il fattore che, strettamente legato alla sfera economica, si impone come volano strategico su cui è indispensabile investire: la produttività del lavoro. Sebbene nel presente focus sia stata mantenuta costante per l’intero orizzonte di previsione, è su questa variabile che si gioca, in ultima analisi, la possibilità di innescare una traiettoria di crescita sostenibile e duratura. Dopo una lunga fase di stagnazione e modesti incrementi, solo un aumento strutturale della produttività può compensare gli effetti depressivi derivanti un contesto demografico avverso sul potenziale di crescita del Pil, preservando la dinamica del reddito e la competitività di lungo periodo. La ricetta è ben nota: l’aumento della produttività richiede, in modo imprescindibile, un rafforzamento del capitale umano – da perseguire attraverso investimenti mirati in istruzione, formazione continua e aggiornamento delle competenze – nonché una più ampia e diffusa adozione dell’innovazione tecnologica all’interno dei processi produttivi. Solo l’interazione di questi due vettori è in grado di generare incrementi persistenti della produttività totale dei fattori e, conseguentemente, di sostenere la crescita di lungo periodo.
In definitiva, il contrasto alla transizione demografica richiede un approccio integrato: da un lato, misure volte a mobilitare il potenziale interno di lavoro ancora inutilizzato a sua volta supportato da un contributo significativo di persone in età attiva provenienti dall’estero; dall’altro, un salto di qualità attraverso un congruo innalzamento della produttività. Una combinazione di queste leve riuscirebbe a sostenere la competitività del sistema economico nel medio-lungo periodo sia dell’Umbria sia del Paese e a evitare che la crisi demografica sfoci in una recessione.
Note
[1] Per comprendere in che modo il fattore demografico incida sull’economia si riporta la seguente scomposizione contabile del Pil:
Y = (Y/Occ) * (Occ15-64/Pop15-64) * (Occ/Occ15-64) * (Pop15-64/Pop) * (Pop)
dove:
× Y è il Pil
× Y/Occ è la produttività del lavoro,
× Occ15-64/Pop15-64 è il tasso di occupazione specifico della fascia 15-64 anni,
× Occ/Occ15-64 indica l’estensione occupazionale oltre l’età standard,
× Pop15-64/Pop è la quota di popolazione in età lavorativa,
× Pop è la popolazione totale.
Una riduzione del rapporto tra popolazione in età lavorativa e popolazione totale – determinata dal calo più marcato del numeratore rispetto al denominatore – insieme alla contrazione demografica complessiva, tende a limitare il potenziale di crescita del Pil. È la condizione che sta interessando da diversi anni l’Umbria, come la maggior parte delle regioni italiane.
[2] Allo scopo è stato utilizzato il valore mediano delle stime previsionali diffuse dall’Istat.
[3] Cfr. nota 1.
[4] Dal punto di vista metodologico, l’estensione dell’età pensionabile implica non solo un allungamento della permanenza nel mercato del lavoro delle persone occupate, ma anche una revisione della definizione stessa di popolazione attiva. In questo esercizio, si ipotizza che gli individui di età compresa tra 65 e 68 anni abbiano il tasso di occupazione (maschile e femminile) osservato nella fascia 56-64 anni. Questa ipotesi modifica la propensione complessiva all’occupazione, poiché sia il numeratore (occupati) sia il denominatore (popolazione attiva) vengono ridefiniti per l’intervallo 15-68 anni. Ne deriva, infine, un cambiamento del peso relativo della popolazione in età lavorativa rispetto alla popolazione totale. Questo nuovo scenario avrà naturalmente un impatto anche sul rapporto tra l’occupazione totale e quella delle persone in età lavorativa.
[5] L’ipotesi A prevede una invariabilità del rapporto tra l’occupazione totale e quella delle persone in età lavorativa, che implicherebbe un significativo aumento del numero di occupati oltre i 68 anni e, di conseguenza, un ampliamento del bacino occupazionale, con evidenti effetti positivi, in termini contabili, sul livello del Pil. Sebbene l’ampliamento del bacino occupazionale delle persone con oltre 68 anni appaia plausibile – alla luce del miglioramento delle condizioni di salute della popolazione anziana e della tendenza già in atto verso un prolungamento della vita lavorativa – si ritiene tuttavia non sufficiente a garantire la stabilità del rapporto Occ/Occ15-68, il cui denominatore registrerebbe un incremento significativo.
L’ipotesi B, diametralmente opposta, prevede l’assenza totale di occupati con oltre 68 anni. Ancorché puramente teorica, comporterebbe un impatto neutro sul Pil, non contribuendo a innalzarne il livello stimato.




