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Elisabetta Tondini
Agenzia Umbria Ricerche

Quei servizi ingabbiati dal coronavirus

20 Apr 2021
Tempo di lettura: 5 minuti

Da una prospettiva settoriale, la crisi attuale presenta connotati assai differenti rispetto a quella del 2008, che è stata una crisi di origine finanziaria con ricadute segnatamente industriali ed effetti marginali sui servizi per il mercato. Invece, seppure con molti distinguo, quella che stiamo vivendo da più di un anno è soprattutto una crisi dei servizi, anche se i contraccolpi del primo lockdown hanno pervaso tutta l’economia con esiti, durate, implicazioni assai eterogenei.

Asimmetrie settoriali
Lo shock iniziale ha impattato sulla maggior parte delle produzioni manifatturiere (preservandone alcune, come la farmaceutica) le quali hanno dovuto affrontare e gestire strozzature – derivanti dal calo della domanda mondiale e dall’approvvigionamento delle materie prime e degli input produttivi – che si sono in parte progressivamente allentate, seppure non uniformemente tra i settori. Una sorte più dura è toccata al mondo del terziario, soprattutto un certo tipo di terziario, investito da un vero e proprio tsunami. Lasciando da parte la sfera tecnologica, che ha beneficiato di una forte spinta generata dalla necessità di digitalizzare l’economia, compreso il modo di lavorare (le telecomunicazioni e la programmazione e la consulenza informatica hanno accresciuto il valore aggiunto), la maggior parte dei servizi tradizionali ha subito conseguenze molto pesanti. A partire dalle vendite al dettaglio che, fatta eccezione per i generi alimentari-bevande e dei carburanti, hanno operato a ritmo ridotto per le chiusure forzate e per i cambiamenti degli stili di vita indotti dalla diffusione pandemica. L’isolamento sociale e le conseguenti restrizioni derivanti dall’attuazione dei protocolli sanitari, quali il distanziamento e le limitazioni all’accesso dei clienti nei locali, hanno imposto l’interruzione (purtroppo non sempre reversibile) per periodi anche molto lunghi e spesso a singhiozzo di molte attività commerciali, di quelle legate alla somministrazione di pasti e bevande e alla ricezione e di praticamente tutti i servizi culturali e ricreativi connessi al nutrimento della mente e del corpo: a questi ultimi, da più di un anno, salvo una breve pausa estiva e comunque non per tutti, ragioni di sicurezza sanitaria hanno imposto l’interruzione forzata dell’operatività.
Dunque, accanto alle attività parzialmente protette perché produttrici di beni e servizi essenziali o erogabili on line, quelle legate alla fruizione turistico-culturale e al tempo libero, considerate “non essenziali”, hanno visto una perdita quasi totale del proprio reddito rispetto al periodo pre-pandemia. Una vera e propria strage.

Ripercussioni sull’occupazione
Le asimmetrie derivanti dalla diversa natura delle attività che incrocia il grado di essenzialità con il rischio sanitario si ripropongono naturalmente sul fronte lavorativo: l’emorragia occupazionale ha toccato molto meno o per niente quei comparti che, come la manifattura, alla fine si sono rivelati più protetti grazie non solo al blocco dei licenziamenti, ma anche alla modalità produttiva, al tipo di contratti prevalenti e forse anche a una maggiore tutela sindacale, e ha sgorgato invece abbondantemente dai settori più vulnerabili.
In Umbria, la maggiore sofferenza denunciata dal settore Commercio, alberghi e ristoranti si è concretizzata in una perdita, dal 2019 al 2020, di oltre 5 mila occupati, per di più di tre quarti donne che – lo abbiamo già visto (tinyurl.com/2ntjmdre) – hanno meno di 35 anni. Viceversa, il calo di oltre 3 mila e 300 unità negli Altri servizi ha colpito esclusivamente gli uomini, con posizione professionale dipendente. La crisi occupazionale del terziario è stata di intensità più elevata in Umbria rispetto al contesto nazionale (-6,4% contro -5,8% nel settore del Commercio, alberghi e ristoranti e -1,9% contro -1,6% nelle Altre attività di servizi) e ha superato ampiamente la diminuzione di occupati complessivamente occorsa nel primo anno del coronavirus.
La perdita lavorativa sul versante agricolo è stata in Umbria del 15,5% (a fronte del +0,4% nazionale) e ha coinvolto quasi 2 mila e 500 occupati (gli uomini il doppio delle donne).
Segnali positivi, in controtendenza, provengono invece dal fronte industriale: l’industria in senso stretto dal 2019 al 2020 vede circa 3 mila occupati in più, un po’ più donne che uomini, come pure le Costruzioni aumentano i lavoratori di circa 1.500 unità, prevalentemente maschili. Dunque, un quadro più favorevole rispetto a quello nazionale, ove invece il mondo industriale denuncia una lieve perdita (-0,4%, a fronte del +4,3% umbro). Il mondo edile anche in Italia ha mostrato una lieve ripresa rispetto al 2019 ma solo dell’1,4%, quando in Umbria la crescita degli occupati è stata del 7,1%.
Questi i dati di oggi, aspettando la revisione su base regionale della serie storica che ha introdotto importanti modifiche sulla definizione di occupati.

Variazione dell’occupazione per settori e genere in Umbria e Italia dal 2019 al 2020 (%)

Fonte: elaborazioni Aur su dati Istat, aprile 2021

Variazione dell’occupazione totale in Umbria dal 2019 al 2020, per settori e posizione professionale (valori assoluti)

Fonte: elaborazioni Aur su dati Istat, aprile 2021

Variazione dell’occupazione maschile in Umbria dal 2019 al 2020, per settori e posizione professionale (valori assoluti)

Fonte: elaborazioni Aur su dati Istat, aprile 2021

Variazione dell’occupazione femminile in Umbria dal 2019 al 2020, per settori e posizione professionale (valori assoluti)

Fonte: elaborazioni Aur su dati Istat, aprile 2021

Occupati in Umbria per settori, genere, posizione professionale al 2020
Fonte: elaborazioni Aur su dati Istat, aprile 2021

Asimmetrie generazionali
Le ricadute settoriali della crisi pandemica si sono intrecciate con quelle anagrafiche degli occupati (tinyurl.com/2ntjmdre): si tratta di una crisi dei giovani, tra i quali si addensano maggiormente i soggetti più marginali dal punto di vista lavorativo perché all’inizio della carriera e comunque con scarsa esperienza lavorativa e più di altri impiegati con contratti a termine e nelle attività meno protette, a loro volta particolarmente diffuse nel terziario. Per definizione, sono i lavoratori marginali a essere colpiti più facilmente durante le fasi recessive. E così è stato.

In prospettiva
Da un punto di vista prospettico, tutto lascia supporre che dovremo fare i conti con un contesto mutato, per molti aspetti in movimento e più complesso.
La ripresa passa dalla domanda, ma ad oggi non è facile prevedere quando e quanto la drastica riduzione dei consumi che nel frattempo ha alimentato il versante dei risparmi tornerà a invertire la tendenza: questo dipenderà molto dall’evolversi della pandemia in termini sanitari, dunque dai tempi del piano vaccinale – dando per scontata la sua efficacia – e dai suoi effetti sul comportamento delle persone verso una nuova vicinanza sociale, con le implicazioni economiche che ne conseguono. È probabile che le modifiche della domanda indotte dai mutati stili di vita dell’ultimo anno potranno riversarsi sulle preferenze future, sottendendo il ritorno a una normalità contrassegnata da caratteri nuovi: il commercio on-line potrebbe diventare preferenziale per il consumatore a discapito dell’acquisto presso negozi al dettaglio e il lavoro in remoto potrebbe diventare una modalità permanente e diffusa rendendo meno facile la ripresa di attività connesse alla ristorazione e al trasporto. Si prevede un aumento della domanda di lavoro più facilmente adattabile allo smart working e di professioni – soprattutto tecniche – necessarie alla digitalizzazione della produzione. Tornerà certo a riprendere, e probabilmente con forza quando ciò sarà possibile, la fruizione dei servizi ricreativo-culturali che ruotano intorno al turismo i quali, a dispetto dell’appellativo di non essenzialità, sono necessari per il benessere degli individui, prima ancora che costituire un importante motore per la nostra economia. Per essere le attività che più di altre hanno pagato il prezzo di questa pandemia, meritano una particolare attenzione da parte delle misure di intervento le quali, seguendo l’approccio sanitario di contrasto al coronavirus, dovrebbero tutelare innanzitutto i casi più fragili, più a rischio, più in sofferenza.