Focus
Elisabetta Tondini
Struttura occupazionale, redditi e multi-posizioni: il caso dell’Umbria
Nel 2024, in Umbria, oltre 380 mila lavoratori hanno svolto almeno un’attività soggetta a contribuzione presso l’INPS[i]. Ma come si distribuiscono queste posizioni tra lavoro dipendente, indipendente e parasubordinato? E quali differenze emergono rispetto al resto del Paese?
Un’analisi condotta per attività prevalente cerca di rispondere a queste domande, attraverso la ricostruzione della struttura occupazionale e di alcune dimensioni chiave della sua qualità: i livelli di reddito, l’intensità lavorativa e la diffusione di percorsi con più lavori. Ne emerge un quadro che consente di leggere in modo più chiaro le specificità del mercato del lavoro umbro e alcuni fattori alla base dei divari territoriali.
Struttura dell’occupazione
La classificazione per categorie professionali effettuata per “posizione prevalente” – cioè quella che ha garantito il reddito principale nell’anno – evidenzia la massima concentrazione nel lavoro dipendente privato, che assorbe in Umbria il 58,9% del totale. Ancorché relativamente elevata, questa quota risulta ancora inferiore sia alla media nazionale (62,5%) sia a quella delle regioni del Nord (66,4%), e sottende una minore incidenza di sistemi produttivi di maggiore dimensione e una struttura imprenditoriale più frammentata.
Al contrario, di poco sovrarappresentati rispetto alle aree di confronto risultano: il pubblico impiego (14,4%, contro il 13,6% e l’11,2% di Italia e Nord), il cui maggior peso contribuisce a una maggiore stabilizzazione dei redditi; il lavoro indipendente in senso stretto – artigiani, commercianti, autonomi agricoli e lavoratori occasionali –, che rappresenta il 14,2% del totale (contro il 13,2% in Italia e il 12,6% nel Nord), coerentemente con una diffusione di attività di piccola scala e a più bassa produttività; il lavoro dei parasubordinati iscritti alla gestione separata, che raggiunge il 19,2% (a fronte del 17,7% nazionale e del 17,4% nelle regioni settentrionali), indicando una maggiore incidenza di forme di lavoro flessibile e, verosimilmente, di segmentazione occupazionale.

Pluralità di posizioni e frammentazione dei percorsi lavorativi
Per oltre nove lavoratori su dieci (il 93,8%) la posizione prevalente coincide con l’unica attività svolta nell’anno. Tuttavia, in alcune categorie specifiche, come i commercianti nel lavoro indipendente e, soprattutto, alcune componenti del lavoro parasubordinato (in particolare cariche elettive e collaborazioni), si osserva una maggiore diffusione di posizioni multiple, ovvero di più attività svolte contemporaneamente. Questo elemento, pur quantitativamente contenuto, è comunque significativo: la minore incidenza di posizioni uniche in questi gruppi segnala infatti la presenza di percorsi lavorativi più articolati, che possono riflettere sia scelte di integrazione del reddito, sia situazioni di sottoccupazione, soprattutto quando nessuna delle attività svolte garantisce, da sola, un livello di reddito o di continuità lavorativa adeguato.

Il fenomeno appare più evidente nel lavoro parasubordinato, dove la combinazione di più incarichi rappresenta spesso una componente strutturale dell’attività, ma può anche riflettere elementi di instabilità contrattuale e discontinuità occupazionale. In alcuni casi, la pluralità di posizioni può inoltre essere associata a forme di lavoro a tempo parziale – talora involontario – che inducono i lavoratori a ricorrere a ulteriori attività per raggiungere un livello complessivo di reddito soddisfacente.
Redditi medi e differenziali per tipologia lavorativa
Tra i lavoratori dipendenti il reddito medio annuo[i] più elevato si registra nel pubblico impiego, mentre tra gli indipendenti il primato spetta agli artigiani. Nell’ambito del lavoro parasubordinato emergono le cariche elettive, seguite a distanza dai professionisti iscritti alla gestione separata.
I livelli medi di reddito annuo per posizione prevalente riflettono sia il numero di settimane lavorate sia, nel caso di lavoratori con più posizioni, la composizione delle attività svolte nell’anno, dal momento che il reddito complessivo individuale include anche eventuali fonti aggiuntive rispetto a quella prevalente. In questo quadro, la presenza – seppur minoritaria – di lavoratori con posizioni multiple introduce un elemento di eterogeneità nei redditi osservati: in alcune categorie essa può contribuire ad attenuare livelli reddituali altrimenti più contenuti, mentre in altre riflette una più strutturata diversificazione delle entrate. Ne deriva che il confronto dei livelli reddituali tra categorie e territori risulta meno immediato e richiede una lettura attenta della composizione delle fonti di reddito.
Ciò che emerge nel complesso è che i redditi medi umbri si collocano su livelli inferiori rispetto alle aree di confronto, in particolare rispetto al Nord. Anche da questa prospettiva si conferma dunque l’esistenza di un divario strutturale, riconducibile a una pluralità di fattori: una distribuzione delle qualifiche più concentrata nei livelli medio-bassi nel lavoro dipendente e ampi differenziali retributivi interni alle qualifiche più elevate (cfr. “Le basse remunerazioni del lavoro in Umbria: caratteri, cause, implicazioni”), una minore diffusione di attività ad alto valore aggiunto e, più in generale, una minore solidità del sistema produttivo regionale, associata anche a una più debole dinamica degli investimenti in capitale umano.

Un vantaggio relativo dell’Umbria rispetto alla media nazionale si osserva soltanto per alcune categorie, in particolare quelle che operano in agricoltura (gli autonomi agricoli e gli operai agricoli); rispetto al Nord, oltre a questi ultimi, si rileva un differenziale positivo anche per i dipendenti pubblici.
Intensità lavorativa e redditi settimanali
Il passaggio all’analisi delle settimane lavorate evidenzia come le differenze territoriali nei redditi annui siano influenzate anche dall’intensità lavorativa. In Umbria, in alcune categorie – come il pubblico impiego e gli operai agricoli – si registra un numero medio di settimane lavorate superiore o in linea con quello delle aree di confronto, elemento che contribuisce a sostenere i livelli di reddito annuo.

L’analisi dei redditi medi per settimana lavorata, che consente un confronto depurato dall’effetto quantità, conferma tuttavia che il differenziale negativo, in particolare rispetto al Nord, rimane diffuso nella quasi totalità delle categorie, indicando che il divario territoriale non è imputabile soltanto a una minore intensità lavorativa, ma riflette livelli retributivi strutturalmente più bassi.
Questa evidenza assume configurazioni differenziate a seconda delle tipologie lavorative.
Nel lavoro dipendente privato, che rappresenta la componente prevalente, il gap è quasi interamente riconducibile ai livelli settimanali, segnalando una minore qualità delle posizioni in termini di qualifiche, settori di inserimento e produttività. Nel lavoro parasubordinato i differenziali, particolarmente ampi – soprattutto per collaboratori e cariche elettive –evidenziano una maggiore fragilità e segmentazione di queste forme contrattuali. Anche tra i professionisti della gestione separata il ritardo rispetto alle aree più sviluppate permane significativo, sottendendo una minore capacità del sistema economico locale di sostenere attività professionali ad elevato reddito.
Le categorie in cui l’Umbria mostra, invece, una situazione relativamente più favorevole sono il comparto agricolo e il pubblico impiego. Nel primo caso, con particolare riferimento agli operai agricoli, il vantaggio rispetto alla media italiana (ma non rispetto al Nord) è riconducibile sia a una maggiore intensità lavorativa sia a livelli retributivi mediamente più elevati. Nel pubblico impiego, invece, il lieve vantaggio dell’Umbria rispetto al Nord dipende soprattutto da un numero più elevato di settimane lavorate, mentre le retribuzioni risultano sostanzialmente allineate, in linea con l’elevato grado di standardizzazione della contrattazione.

Differenziali retributivi territoriali e strategie di integrazione del reddito
La lettura congiunta di redditi annui, settimane lavorate e livelli settimanali consente di qualificare con maggiore precisione la natura del differenziale territoriale. Nel confronto con il Nord, esso risulta quasi interamente spiegato da livelli retributivi settimanali più bassi, mentre le settimane lavorate mostrano scarti trascurabili. Anche rispetto alla media nazionale, dove l’Umbria presenta un numero medio di settimane leggermente superiore, l’effetto quantità tende ad attenuare il divario, che rimane pertanto prevalentemente di natura strutturale. Il problema non è dunque “quanto si lavora”, visto che le settimane sono uguali o superiori – e raramente inferiori – piuttosto “quanto rende il lavoro”. Questa evidenza è coerente con una struttura occupazionale caratterizzata da una minore diffusione di attività ad alta produttività e da una più limitata capacità di generare redditi elevati, soprattutto nel lavoro privato e nelle forme parasubordinate, mentre i comparti più regolati o legati a specificità settoriali mostrano una maggiore tenuta relativa.
A tale configurazione si affianca, seppur in misura limitata, una maggiore diffusione in Umbria di posizioni lavorative non uniche, che segnala sia strategie di diversificazione del reddito sia elementi di frammentazione dei percorsi lavorativi e possibile sottoutilizzo del lavoro, particolarmente evidenti nelle forme parasubordinate, un aspetto che contribuisce a caratterizzare il differenziale territoriale anche in termini qualitativi.
Note
[i] Il numero di lavoratori nell’anno è la somma delle unità statistiche di base: identifica perciò le “teste”. Poiché un singolo lavoratore può assumere posizioni di lavoro diverse nel corso dell’anno, il reddito da lavoro si ricava sommando tutti i redditi o le retribuzioni (intesi come imponibili previdenziali) che il lavoratore ha percepito da tutte le attività svolte nel corso dello stesso anno. Rispetto alla totalità dei lavoratori rimangono dunque esclusi solo i professionisti iscritti alle Casse previdenziali degli ordini professionali (a meno che non abbiano anche posizioni di lavoro con obbligo di versamento contributivo all’Inps) e i segmenti di lavoro autonomo esentati da ogni contribuzione a fini previdenziali (come il lavoro autonomo occasionale per un importo annuo inferiore a 5.000 euro). Il totale dei lavoratori oggetto di analisi restituisce una rappresentazione dell’“universo Inps” dei lavoratori che corrisponde a oltre il 95% del totale degli occupati regolari.
[ii] Il reddito da lavoro nell’anno, riportato in tabella, è, per i dipendenti, la retribuzione imponibile previdenziale; per artigiani e commercianti è il reddito dichiarato (fonte Ministero delle Finanze) se presente, altrimenti è stimato tenendo conto della contribuzione dovuta in base ai mesi di iscrizione; per gli autonomi agricoli si tratta del reddito convenzionale su cui vengono pagati i contributi.




